Home Notizie Comunicati Stampa Anno 2026 SIMG – Riforma della medicina territoriale: non basta alleggerire gli ospedali, bisogna prendersi cura dei pazienti nel tempo, soprattutto quelli con malattie croniche

SIMG – Riforma della medicina territoriale: non basta alleggerire gli ospedali, bisogna prendersi cura dei pazienti nel tempo, soprattutto quelli con malattie croniche

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Comunicato stampa, Lunedì 27 aprile 2026

La Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie interviene sul decreto Schillaci: Case di Comunità al centro, ma servono funzioni chiare, personale, formazione e strumenti adeguati

“Il punto non è solo dove lavoreranno i medici di famiglia, ma quale modello di assistenza vogliamo costruire: non basta rispondere alle richieste, bisogna governare i bisogni di salute, soprattutto nella cronicità” sottolinea Alessandro Rossi, Presidente SIMG


Il decreto sulla riforma della medicina territoriale presentato dal Ministro della Salute Orazio Schillaci introduce cambiamenti rilevanti nell’organizzazione dell’assistenza primaria, prevedendo un inserimento dei medici di medicina generale nelle Case di Comunità e la possibilità, su base volontaria, di un passaggio al rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario nazionale.

Una riforma che, nelle intenzioni del Ministro, dovrebbe rafforzare la sanità territoriale e ridurre la pressione sugli ospedali, ma che, secondo la Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), necessita di un inquadramento più ampio e di una visione complessiva del Servizio sanitario nazionale.

UNA RIFORMA DA INSERIRE IN UN DISEGNO ORGANICO DEL SSN – “Sarebbe stato preferibile collocare questo provvedimento all’interno di una riforma complessiva del Servizio Sanitario Nazionale, capace di integrare in modo coerente ospedale e territorio - sottolinea Alessandro Rossi, Presidente nazionale SIMG - Interventi non pienamente coordinati rischiano di essere poco efficaci o addirittura di generare contraddizioni rispetto al riordino complessivo del sistema, anche in relazione alla formazione e all’accesso alle professioni sanitarie”.

Esiste, sul piano dell’architettura organizzativa, una distinzione fondamentale che il dibattito italiano troppo raramente esplicita - evidenzia il Prof. Claudio Cricelli, Presidente Emerito SIMG - L’ospedale funziona con una governance verticale, basata sulla co-presenza di specialisti e sulla gestione immediata delle urgenze. Le cure primarie, invece, producono valore nel tempo, attraverso la continuità della relazione con il paziente e la conoscenza del suo contesto. Applicare alle cure primarie modelli organizzativi pensati per l’ospedale non rappresenta una modernizzazione, ma un errore di impostazione”.

IL NODO CENTRALE: QUALE RUOLO PER LE CASE DI COMUNITÀ - Al centro del dibattito c’è il ruolo delle Case di Comunità, destinate a rappresentare uno degli snodi principali della sanità territoriale.

Il punto non è solo dove lavoreranno i medici di famiglia, ma quale modello di assistenza vogliamo costruire - evidenzia Rossi - Esistono due possibili visioni: una che vede le Case di Comunità come strumenti per smaltire la domanda sanitaria e alleggerire gli ospedali, e un’altra, che è quella che sosteniamo, che le considera il luogo della presa in carico proattiva della cronicità. Proprio questo secondo modello potrebbe garantire un reale miglioramento degli esiti di salute e una maggiore sostenibilità del sistema. È comprovato che i sistemi con Cure Primarie robuste mostrano efficienza ed esiti di salute migliori. E questo viene garantito da un primo accesso universale, continuità della relazione fiduciaria, radicamento nella comunità. Non è sufficiente, infatti, rispondere alle richieste, occorre governare i bisogni di salute, soprattutto nella gestione delle patologie croniche, che oggi rappresentano il principale carico assistenziale ed economico del Servizio sanitario nazionale”.

LE CRITICITÀ OPERATIVE: PERSONALE, STRUMENTI E INTEGRAZIONE - Accanto al modello organizzativo, restano aperte alcune questioni fondamentali per la reale operatività delle strutture territoriali.

È necessario interrogarsi su quali risorse e strumenti saranno effettivamente disponibili - prosegue Rossi - Abbiamo il personale sanitario e amministrativo sufficiente? A che punto siamo con l’integrazione dei sistemi informativi e con l’interoperabilità del Fascicolo sanitario elettronico? Quali modelli di telemedicina e teleconsulto sono già operativi e sperimentati? Questi temi riguardano anche la formazione dei professionisti e l’utilizzo di strumenti diagnostici di primo livello, indispensabili per una gestione efficace dei pazienti sul territorio”.

LE PROPOSTE SIMG: ORGANIZZAZIONE, FORMAZIONE E GOVERNANCE CLINICA - In questo contesto, la SIMG propone un approccio basato su quattro direttrici principali: una chiara definizione delle funzioni e delle interazioni tra i diversi livelli dell’assistenza territoriale; una valorizzazione del ruolo e delle responsabilità dei professionisti, con adeguato supporto organizzativo e tecnologico; un rafforzamento della formazione continua sulla gestione della complessità e della cronicità; la costruzione di una governance clinica fondata su dati interoperabili, indicatori appropriati e valutazione degli esiti.

La medicina generale è pronta a fare la propria parte - conclude Rossi - Ma per costruire una sanità territoriale davvero efficace è necessario un confronto strutturato e continuo, che restituisca centralità clinica e protegga il rapporto fiduciario col paziente”.

La scelta dei modelli organizzativi per le cure primarie non può essere guidata da logiche di breve periodo - aggiunge Cricelli - Deve basarsi su una valutazione strutturale e prospettica: quale sistema produce più salute, si adatta meglio ai cambiamenti demografici e utilizza in modo più efficiente le risorse. Le evidenze internazionali indicano chiaramente la direzione, ed è compito della politica ascoltarle”.

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