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Tributo alla Medicina Generale. Il Nuovo Manifesto della professione


Tributo alla Medicina Generale. Il Nuovo Manifesto della professione

…35 anni di duro lavoro
(Scolio al “professor Aristogitone. Alto Gradimento, 1974)”

Ritornare alle radici di una storia può essere considerato talvolta come una sorta di nostalgia della memoria, un esercizio di ricerca dei tempi passati, quasi un rifugiarsi nel racconto del tempo e delle storie per sfuggire al presente.

Al contrario vorrei cercare di ripercorre alcuni momenti del passato per leggere il futuro. È una forma di obbligazione dettata dalle particolarità di questo momento della storia del nostro Paese, dell’evoluzione del suo sistema sanitario, del percorso della professione alla quale molti di noi hanno dedicato le loro scelte, nel tempo passato e per costruire il futuro.

La peculiarità del perché e come è nata la SIMG si intreccia con la storia del SSN, della nostra associazione e assai strettamente con molte delle caratteristiche della Medicina Generale del nostro Paese e del Mondo.

Nel 1978 la medicina Generale in Italia non esisteva.

Un gruppo di “medici della mutua” italiani decise allora di scrivere un nuovo capitolo per il servizio sanitario nazionale, appena nato nel 1978.

La Medicina Generale italiana, quando nacque, nacque subito europea, perché in Toscana e nel Chianti in particolare, si riuniva un gruppo di personaggi che aveva eletto quella parte della Toscana, il Chiantishire appunto, come buen retiro di alcuni medici di famiglia inglesi in pensione tra cui Hugh Faulkner che vi si era trasferito e che li ospitava. Pochi sanno che questo gruppo di medici inglesi è stato determinante nell’impostazione della legge 833 che istituiva il SSN. Una fotocopia del NHS inglese o quasi.

Posso affermare che fu proprio Hugh Faulkner, uno dei fondatori del Royal College of General Practitioners, vecchio GP in pensione, che aveva casa in Chianti con la moglie sua ex infermiera, a suggerire buona parte della struttura del nuovo SSN e della Medicina Generale, insieme ad altri personaggi leggendari quali John Horder, John Fry, Denis Pereyra Gray, Michael Hall.

Grazie a loro, alcuni di noi furono messi a parte della storia del College inglese e introdotti nella comunità internazionale della Medicina Generale. Grazie a queste conoscenze segrete, nel luglio del 1982 nacque la SIMG.

Che nacque insieme profondamente italiana, come superamento della mutua e della non-specializzazione, e insieme profondamente Europea.

La Medicina generale era in Italia ancora una non-disciplina, una professione di accatto, derisa già dal nome stesso medico-della-mutua una non-professione in cui era possibile avere 7000 assistiti, lavorare giorno e notte, sette giorni alla settimana (non esisteva la guardia medica di oggi, nata in Toscana negli anni 80 come Guardia Comunale) svolgendo - come è successo a me - anche sette lavori diversi insieme.

Nessuno pare ricordarselo ma l’esclusiva fu voluta fortemente proprio dai fondatori della SIMG che imposero nella 833 e poi nel primo contratto la rinuncia a qualunque altro incarico.

Io stesso ho svolto – contemporaneamente - diversi lavori all’inizio della mia carriera di mutualista: medico del lavoro, direttore di un laboratorio di analisi, ricercatore e specializzando in ematologia, guardia medica, medico prelevatore a domicilio, sostituto e poi titolare delle mutue, e varie altre frattaglie che non ricordo più. Tutto insieme nella stessa giornata, con 2300 mutuati.

La 833 cambiò tutto e dal 1979 diventammo “medici di medicina generale”. Un nome fastidioso imposto solo perché la dicitura Medicina Generale non fu accettata perché dava fastidio agli internisti di allora che, in un incontro a Torino, guardandoci con malcelato disprezzo, ci ammonirono di non avvicinarsi alla nobile figura della Medicina Interna. Alcuni sepolcri imbiancati vietarono che sulla targa si scrivesse “Medicina Generale “.

Tuttavia grazie a questa straordinaria condizione protetta dagli inglesi, alla lungimiranza di alcuni sindacalisti irrequieti ed alla mia madrelingua inglese, nacque la SIMG, la Medicina Generale Italiana, la sua cultura subito moderna, subito ricca di esperienze mutuate dal resto d’Europa e subito trasferite in Italia. Nacquero gli animatori di formazione, la formazione professionale continua, la formazione complementare, la ricerca in medicina generale e l’informatica. Anzi la madre segreta della SIMG fu proprio un gruppo di lavoro che per compilare la prima cartella clinica informatica fu obbligato a scrivere la prima “Job Description” della professione.

“Se non ci fossero gli inglesi, dovremmo inventarli” commentò una notte Aldo Pagni che proteggeva la nascente Medicina generale dai rigurgiti della mutua ancora fortemente presenti.

Erano anche i tempi di Alma Ata (chi se la ricorda?).

Una grande occasione, quella dichiarazione. Che però ci convinceva poco. Una dichiarazione in cui chi aveva allora il controllo dello sviluppo dei sistemi sanitari di allora, un gruppone misto di OMS composto da inglesi, scandinavi, igienisti e rappresentanti dell’Est Europeo, saltavano a piè pari la Medicina Generale per proporre un modello di Sanità Pubblica indifferenziato, centrato sui bisogni dei Paesi emergenti in cui la medicina Generale fosse però relegata in secondo piano a favore, come scrisse John Fry, della Primary Health Care.

Non a caso il Direttore dell’OMS Sud Europa di allora, un finlandese di nome Hannu Vuori, scrisse un articolo minaccioso: “La medicina generale nemica o alleata dell’Assistenza Primaria?”. Non aveva dubbi, Hannu Vuori: se non sottomessa, la Medicina Generale era nemica della sanità pubblica.

Un equivoco terminologico nel quale ancora oggi indulgiamo, quando parliamo un po’ a casaccio di assistenza primaria (Primary Health Care) e Cure Primarie (Primary Care).

Noi siamo Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie poiché in un sottile distinguo rispetto alla visione paleosociologica della medicina di alcuni igienisti, facciamo parte dell’assistenza primaria ma, in quanto professionisti delle Cure Primarie, ne rivendichiamo la leadership, in alternativa ad una visione burocratico-statalista centrata sulla gerarchia Regione-ASL-Distretto-Medicina convenzionata.

In conclusione: nata negli anni ‘50 nel Regno Unito, la Medicina Generale Italiana nasce molto inglese grazie alla immediata acquisizione in blocco di tutta l’esperienza e dei documenti inglesi. Nasce in un ancora non risolto abbraccio tra sindacato di provenienza e nuova Società scientifica. Un abbraccio a momenti terribile che solo oggi definitivamente, l’8 novembre del 2017, si chiarisce con la richiesta di accreditamento all’Albo Nazionale delle Società Scientifiche Italiane.

Dichiariamo conclusa oggi il primo ciclo della nostra storia, nell’anno trentacinquesimo dell’associazione, scrivendo a più mani un Manifesto che partendo dallo stato presente dichiari il nostro programma e il nostro progetto per il futuro.

Un futuro anti-corporativo, appartenente ad una visione propria di una professione moderna, ricca di tutte le caratteristiche che ne fanno una disciplina medica, pronta a superare l’equivoco di essere divenuta una non-specialità nel 1992, quando questo sarebbe stato possibile, a causa della dissennata taccagneria del governo italiano e non solo, della gelosia delle Regioni che vollero il tirocinio ed un diploma regionale piuttosto che la specializzazione. L’università italiana chiuse il cerchio. Ciò di cui non si poteva appropriare, argomentò, non doveva esistere.

Ci sono voluti 35 anni di duro, divertente lavoro.

Con la scrittura di questo Manifesto comincia il secondo ciclo.

Stavolta, tuttavia, non commetteremo l’errore di scriverlo da soli, pochi addetti ai lavori per la serie: ragazzo, lasciami lavorare…

Non lo lasceremo ai soliti noti, politici, polemisti per necessità, scrittori di ripetuti e ripetitivi rapporti sanitari, Cassandre della disfatta, economisti in cerca di gloria, scrittori di tutti i documenti, portatori di tutto il sapere, saccenti cultori e depositari di ogni materia sanitaria.

Gli interessati ma ingenui autoeletti “maestri di vita” che continuano a pontificare di cose che non conoscono ma che vogliono comunque controllare e sottomettere, sempre e a tutti i costi diranno comunque la loro, ma non potranno impossessarsi di questo Manifesto.

Perché stavolta il Manifesto lo scriviamo in bianco, ne intestiamo soltanto le pagine, gli interrogativi, le opportunità, le aspettative, i punti di forza e di debolezza, i disincanti, i timori, le ristrettezze.

Le risorse, le aspettative e i bisogni delle persone, i cittadini sempre evocati ma dei cui interessi spesso ci dimentichiamo.

Il Manifesto lo affidiamo a chi lo vuole, anzi lo deve compilare, una gigantesca opera aperta, hortus inconclusus, esclusiva di tutti e proprietà di nessuno.

Stavolta lo condivideremo nei suoi obbiettivi ma lo affideremo, per obbligazione morale, a chi questo futuro deve vivere, i giovani medici, i futuri medici, i cittadini. Lo affidiamo anche a chi la professione vive da decenni perché vi trasferisca la sua eredità, il segno di una costruzione, tenace anche se incompiuta.

Ci sarà un sito, un luogo fisico, un luogo condiviso nella Rete al quale ciascuno darà il proprio contributo. La traccia è segnata.

Che tipo di sistema sanitario, che tipo di professionista, con quali competenze, quali ruoli, quale organizzazione quali contenuti, quale formazione, quali obbiettivi professionali e – solo di conseguenza -quale curriculum di formazione e a chi affidarla, non al contrario!

E ancora: quali strumenti quali criteri di valutazione, come superare la prestazione intesa come output per passare al risultato, alla valutazione qualitativa dell’outcome, del risultato delle cure. “Non siamo tutti uguali, ma vorremmo diventare tutti migliori” è il motto della SIMG.

Quale modello di presa in carico, quale intensità di cura, quale composizione del team delle Cure Primarie, ricco di funzioni e deburocratizzato.

E infine quale percorso ci porterà alla liberazione dalla galera asfissiante dei silos, della spesa farmaceutica fissata per legge e non per efficienza, dei piani terapeutici astrusi, del finanziamento privilegiato dell’elevata intensità per lasciare solo le briciole alla medicina orimaria.

C’è e ci sarà di tutto nel nuovo Manifesto della Medicina Generale delle Cure Primarie. Una teoria e una prammatica libera da preconcetti, senza tabù e senza timori.

Come dicono ancora oggi gli Inglesi, un po’ decaduti per la verità ma “se non ci fossero andrebbero comunque inventati” (come diceva Aldo Pagni)…

“There is arguably no more important job in modern Britain than that of the family doctor. GPs are by far the largest branch of British medicine. A growing and ageing population, with complex multiple health conditions, means that personal and population-orientated primary care is central to any country’s health system. As a recent British Medical Journal headline put it – “if general practice fails, the whole NHS fails”. So if anyone ten years ago had said: “Here’s what the NHS should now do - cut the share of funding for primary care and grow the number of hospital specialists three times faster than GPs”, they’d have been laughed out of court. But looking back over a decade, that’s exactly what’s happened”.

Scritto in inglese ma ben comprensibile in italiano.

Un Manifesto che non dimentichi mai il vecchio monito: qualunque cosa accada siamo medici delle persone e pratichiamo la medicina “Cum Scientia charitas”

Claudio Cricelli

Presidente Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie

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