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Webinar: Mal di schiena cronico o Spondilite Anchilosante ?

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Razionale
Le spondiloartriti (SpA) o spondilo-entesoartriti sieronegative rappresentano un gruppo di malattie infiammatorie articolari che hanno in comune molteplici aspetti epidemiologici, patogenetici, clinici e radiologici. Il termine spondilo-entesoartrite rimarca i tre aspetti principali che caratterizzano queste affezioni, quali l’interessamento del rachide, delle entesi e delle articolazioni periferiche.
In questo gruppo sono classificate le seguenti patologie:

  • Spondilite Anchilosante (SA) primitiva
  • Artrite Psoriasica (AP)
  • Artrite Reattiva (ARe)
  • SpA associate a malattie infiammatorie intestinali o Artriti Enteropatiche (AE)
  • SpA indifferenziate

La prevalenza della spondilite anchilosante (SA) varia dallo 0,1 allo 0,5 %, con un valore per l’Italia dello 0,05%. Colpisce in genere soggetti in età giovanile (15-35 anni) con prevalenza, almeno nella forma più classica, dei maschi rispetto alle femmine (3:1). Il 4% dei casi esordisce prima dei 15 anni, il 90% dei casi tra i 15-40 anni e il restante 6% dopo i 40 anni. È dieci volte più frequente in parenti di primo grado di pazienti con la SA, rispetto alla popolazione generale e la positività dell’antigene HLA-B27 aumenta notevolmente la predisposizione.

Nella donna troviamo una progressione del danno del rachide più lento, ma una sintomatologia dolorosa più importante. Questa lenta progressione permette una parziale riduzione della disabilità nella donna. Tuttavia, a seconda dell’individuo affetto da SA, troviamo delle differenze: nella donna si verifica un coinvolgimento minore del rachide, con la maggior presenza di sintomi periferici che coinvolgono le articolazioni sacroiliache, le ginocchia, i polsi e le caviglie, mentre nell’uomo abbiamo un coinvolgimento maggiore del rachide con aggiunta di manifestazioni periferiche. Non pochi sono i casi di SA che all’origine presentano un quadro sfumato di lombalgia e/o lombosciatalgia tale da essere confuso con forme di protrusione e/o ernia discale e tanto da indurre a trattare i pazienti, in alcuni casi, addirittura chirurgicamente o alternativamente, con terapie manipolative e tecniche posturali. Queste ultime, concettualmente corrette nella gestione della malattia, ma fuorvianti ai fini diagnostici, possono determinare latenze temporali che giungono fino agli undici anni per il riconoscimento della malattia e quindi favorire l’insorgenza di un danno anatomico irreversibile (l’anchilosi).

La difficoltà di diagnosi del quadro iniziale e la bassa prevalenza della patologia possono essere ragione del ritardo diagnostico evidenziato in letteratura e che in Europa si aggira sugli 8 – 11 anni.

È evidente, pertanto, che la collaborazione tra il Medico di Medicina Generale e lo Specialista Reumatologo è di fondamentale importanza ai fini di una corretta e tempestiva diagnosi e trattamento.

Compito del MMG è quindi di imparare a riconoscere quei quadri di lombalgia infiammatoria che presentano caratteristiche cliniche e sintomatologiche, diverse dai quadri classici di lombalgia non specifica con componenti meccaniche strutturali, suggestive di SpA. In accordo con il reumatologo richiedere gli accertamenti di base necessari a confermarne il sospetto. Particolare attenzione andrà posta poi al trattamento farmacologico basato sulla corretta interazione tra terapie antinfiammatorie e antidolorifiche. Grande importanza nella terapia della SA è data dalla somministrazione dei farmaci biologici, che possono essere prescritti solo dallo Specialista Reumatologo. Compito del MMG è quello di conoscere, trattare e comunicare allo specialista gli eventuali effetti collaterali e le possibili infezioni intercorrenti derivanti da tale terapia.

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