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19
MAR
2013

RASI: passa dalla MG il buon governo del “bene” farmaco

Intervista al Prof. Guido Rasi, Direttore Generale dell'AIFA (Tratto dal numero 8, 6 Aprile 2009, del "Giornale del Medico") Scarica l'articolo in versione Pdf
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Anno 1998. Intervista a Claudio Cricelli, presidente della SIMG: COME CAMBIA LA MEDICINA GENERALE

Intervista a Claudio Cricelli, presidente della SIMG COME CAMBIA LA MEDICINA GENERALE  Le prospettive e i problemi della professione alla luce della riforma Bindi. L’intamoenia e l’extramoenia. Ricerca e Prevenzione primaria tra i punti cardine della Società per il prossimo futuro Claudio Cricelli, 48 anni, medico fiorentino, è dal novembre scorso il presidente della Società dei medici generali italiani (SIMG). Cricelli succede nell’incarico ad Aldo Pagni, numero uno della società dall’82, anno di fondazione, nominato dall’assemblea presidente onorario.   A vent'anni di distanza dalla legge 833 arriva in porto la riforma Bindi incentrata sulla razionalizzazione della spesa sanitaria e sul decentramento territoriale. Quali prospettive pensa si aprano e quali problemi restano da affrontare? I decreti attuativi della legge delega hanno determinato aspettative assai elevate: il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di atti legislativi "pesanti" che ne consentano un rapido assestamento normativo e soprattutto strutturale. In questi vent’anni è stato avviato un processo che oggi dovrebbe essere arrivato al termine in virtù di una definitiva attribuzione di responsabilità alle Regioni e grazie al compimento della aziendalizzazione del Servizio sanitario nazionale. Tuttavia, un’analisi generale della delega lascia intravedere l’intenzione di non stravolgere l’assetto del Servizio, indirizzando l’attenzione verso la cura degli aspetti infrastrutturali quali la qualità, il rapporto di lavoro con gli operatori, i requisiti delle strutture, il riassetto finanziario e l’organizzazione dei servizi. Per quanto riguarda la medicina generale, si individua nel Distretto la struttura di programmazione degli interventi sul territorio, con l’intenzione evidente di attribuire a tale struttura compiti di gestione oltre che di mera erogazione delle cure. In quest’ottica, la maggiore integrazione delle cure primarie dovrebbe comportare un coinvolgimento reale nella struttura distrettuale, secondo una tendenza che si sta molto diffondendo nel nostro paese. E’ noto infatti che, pur con alterne vicende, numerosi distretti sono oggi diretti da medici di famiglia in part time, secondo un modello seguito da altri paesi, per esempio in Inghilterra, dove sono state create strutture aziendali analoghe a quelle ospedaliere, finalizzate alla medicina generale. Indubbiamente l’architettura generale della legge delega è ambiziosa anche se non contiene elementi rivoluzionari. Bisogna ricordare che, oggi, la struttura legislativa del Servizio sanitario nazionale è ampiamente decentrata e la legge di riordino deve necessariamente concentrarsi sulla razionalizzazione dei fenomeni generali, lasciando alle regioni il compito di organizzazione delle cure. Da questo punto di vista ci attendiamo dei decreti delegati equilibrati, capaci di dare una soluzione chiara a problemi controversi come, per esempio, l’attuale definizione del ruolo del medico generale nella struttura del Servizio sanitario nazionale, ancora troppo indefinito. Ciò che a mio parere il presente riordino lascerà totalmente immutato è il modello strutturale di Servizio sanitario nazionale, rispetto al quale non si riesce ancora a vedere l’intenzione chiara di introdurre i concetti e le pratiche che regolino il razionamento esplicito e la struttura delle priorità di cura. Al contrario, grazie al sanitometro, s’introdurrà un razionamento basato sulle fasce di reddito, che può provocare distorsioni gravi nel Sistema sanitario, inclusa una irreversibile tendenza alla fuga degli utenti verso forme privatistiche di sanità.   La Delega Bindi prevede un rapporto "esclusivo" con tutti i medici che vengano assunti dopo il primo gennaio 1999. Il testo del collegato alla Finanziaria già approvato dalla Camera, di fatto non prevede tale esclusività di rapporto. Di quale normativa bisognerà tenere conto? Le intenzioni del ministro sono chiare ed esplicite da moltissimo tempo: che il collegato non preveda esplicitamente tale opzione ha un rilievo limitato. Il rapporto esclusivo ha soprattutto un rilievo politico. Sul piano ideologico si può condividere o meno la visione del ministro, ma resta da vedere quali sarebbero in termini pratici gli effetti di una decisione politica di questo tipo. Una proiezione di tipo strettamente economico non mostra vantaggi sostanziali per l’occupazione poiché, nell’ottica della razionalizzazione, il nostro Servizio sanitario nazionale ha un numero di addetti medici assolutamente sproporzionato rispetto ai servizi erogati. Sul piano qualitativo, tutto lascia credere che non si possa fare affidamento sull’esclusività del rapporto come strumento per il miglioramento della qualità dei Servizi sanitari. Probabilmente ci si attendono miglioramenti sul piano dell’organizzazione interna, che potrebbero però essere ottenuti anche con strumenti diversi. La nostra valutazione del rapporto esclusivo, vede quindi la prevalenza degli aspetti ideologici e politici, il che dovrebbe lasciare ampi margini alla negoziazione delle forme e dei modi di attuazione.   La scelta fra l'attività intramoenia ed extramoenia imposta ai medici ospedalieri riguarda anche i medici generalisti? I medici di famiglia da molto tempo hanno un rapporto pressoché esclusivo con il Servizio sanitario nazionale e il problema dell’intra e dell’extra moenia non esiste visto che lavorano tutti in studi privati. Al contrario la medicina generale ha a lungo lottato per avere un riconoscimento dei propri studi quali presidi del Servizio sanitario nazionale. L’esclusività del rapporto si pone in termini esclusivamente simbolici: la presenza nel nostro paese di 55 mila medici generali, la crescente disoccupazione medica e il numero complessivo dei laureati in medicina hanno creato una straordinaria rarefazione dell’attività libero professionale, particolarmente evidente per i medici generali, a cui non resta altra alternativa che il rapporto esclusivo con il Servizio sanitario nazionale. La modestissima quota di attività libero professionale viene svolta, infatti, su prestazioni di volume e di costo modestissimo, e sempre meno frequenti. In realtà, per quanto riguarda la medicina generale, la libera professione è quasi in via di estinzione a causa di una miopia politica che ha impedito lo svilupparsi del concetto di sussidiarietà della medicina generale rispetto a una congerie di piccole prestazioni che il medico di famiglia potrebbe svolgere a basso costo, con grande appropriatezza e con grande soddisfazione del paziente. E’ una politica, questa, sulla quale abbiamo puntato nel passato, ma che sembra completamente dimenticata. La libera professione intramuraria del medico generalista, che allora si chiamava ‘Prestazioni di particolare impegno professionale’ o Piip, è tramontata senza mai essere nata, con un notevole peggioramento dei conti del Servizio sanitario nazionale. Un tema che resta comunque aperto in quell’area controversa rappresentata dalle Cooperative mediche, la cui attività attende di essere normata anche rispetto a […]